
Ci voleva la Gri’ Garso per farmi ricordare del blog.
Su rai3 c’è la Signora Miniver e io, in ciabatte e vestaglia, una tazza di caffè tra le mani, mi sono persa in quel nitido bianco e nero.
Alla mi’ mamma la Gri’ Garso ni garbava.
Le piaceva quella distinzione sottile, quella bellezza mai esibita, quell’aria, alla fine, casalinga.
Le piaceva. E le piaceva dire il suo nome, arrotando le “erre” e scivolando sulle finali.
La Gri’ Garso le somigliava. Una bruna e l’altra bionda. Presumo bionda: non ho mai visto la Gri’ Garso a colori, e nemmeno la voglio vedere.
Deve restarmi un’immagine in bianco e nero, così come le foto della mi’ mamma a quell’età: bella donna sulla trentina, dalle sopraciglia folte e con solo il rossetto rosso a truccarle la bocca.
Mi guardo nello specchio e sicuramente le somiglio, ma io non sono una bella donna, non uso il rossetto e non sono nemmen più sulla trentina.
Però -e questo è strano, molto strano- mi vedo in bianco e nero. Difficilmente riesco a dare una connotazione in tecnicolor al mio aspetto.
Anche stamani, uscita per una passeggiatina con il cane Lachi, mi sono vista come una figura monocromatica in una mattinata bigia.
Ci voleva la Gri’ Garson per ricordarmi che ho un blog, o meglio: che avevo un blog. Questo è tutto da rifare.
(tra poco parto: vado a vedere Turandot a Bologna, bagno di luce e colore per l’anima mia)